giovedì 7 marzo 2013

Il filosofo e gli ebrei


Sul “Corriere della Sera” del 19 febbraio 2013 è uscita una recensione di Paolo Mieli all’ultimo libro dello storico Paolo Simoncelli, «Non credo neanch’io alla razza». Gentile e i colleghi ebrei (Le Lettere, Firenze 2013).
Com’è noto, Gentile aderì con convinzione al Fascismo, che sostenne sino alla fine (pagando il fio della sua ostinata coerenza con la vita nel 1944, allorché a Firenze cadde vittima di un attentato), e occupò ruoli prestigiosi durante il regime (ministro dell’Istruzione fino al 1924 (prima della piena svolta dittatoriale), direttore della Normale di Pisa, direttore dell’Enciclopedia italiana etc). Ma adesione al Fascismo non volle dire adesione alle politiche razziali inaugurate dal regime a partire dalla fine degli anni Trenta. Gentile non fu mai antisemita, impedì la pubblicazione di voci che sostenessero l'antisemitismo nell'Enciclopedia Italiana da lui diretta ed aiutò diversi colleghi ebrei in difficoltà, il che è comprovato da una lunga serie di studi sulla sua figura.
Lo stesso modello della “romanità” non era per lui un modello prevaricatore ma un modello di fusione tra popoli e culture. Il nazionalismo “gretto” della Germania nazista era molto lontano dal suo modo di vedere.
Gentile, su cui nel dopoguerra si abbatté una vera e propria damnatio memoriae, tenne per giunta un atteggiamento assAi diverso rispetto a quello tenuto da diversi futuri eroi dell’intellettualità anti-fascista e di sinistra del secondo dopoguerra a partire da Delio Cantimori, le cui ambiguità sulla questione della razza non sono minori delle ambiguità suscitate dalla sua repentina “conversione” dal Fascismo al comunismo sul finire della guerra. Ma è soprattutto il confronto tra l’atteggiamento tenuto dal filosofo a proposito del caso di Mario Fubini con quello di Luigi Russo, futuro direttore anti-fascista della Normale, che desta impressione. Su questa vicenda Mieli insiste molto nella sua recensione. Fubini, ebreo, dopo le leggi razziali dovette rinunciare a diverse pubblicazioni, in particolare a una importante opera su Foscolo che uscì solo nel dopoguerra,
Scrive Mieli:
Nel 1938 troviamo Fubini al lavoro per curare un volume sui «settecentisti» nella collana dei Classici italiani diretta da Luigi Russo e un altro su Foscolo. A metà luglio il «Giornale d’Italia» pubblica il Manifesto della razza e il mondo gentiliano entra in fibrillazione. Da San Vigilio di Marebbe (dove è in vacanza) Luigi Russo scrive a Federico Gentile a informarlo che il suo «scolaro» Ettore Levi, onde evitare grane al maestro, si è detto disposto a rinunziare al volume su Francesco Petrarca e a «cedere» i risultati delle sue fatiche a un altro normalista, Antonio D’Andrea. Ma, aggiunge Russo, sarà meno facile trattare con Fubini, «il quale si abbatterà moltissimo… e rinunzierà malvolentieri alla nominalità del suo lavoro».
Impressionante la disumana freddezza "accademica" di Russo, per cui tutto si risolveva a una pura questione burocratica. Al contrario Gentile fece forti pressioni sul ministro Bottai in favore di Fubini, senza successo. Per gli ulteriori aspetti della vicenda si rimanda alla recensione di Mieli e, soprattutto, al libro di Simoncelli e agli altri testi in essa citati.
L’aspetto più importante dell’intervento di Mieli è che esso ci stimola a riflettere su quanto occorrerebbe sempre evitare la “santificazione” degli uni (soprattutto se vincitori o, piuttosto, schieratisi al momento giusto dalla parte dei vincitori senza aver combattuto) e la demonizzazione degli altri (soprattutto se sconfitti e per loro sfortuna ostinati e non voltagabbana). E su quante “sfumature" esistono nel “bene” e nel “male” e tra il "bene" e il "male", al punto che non è sempre così facile riconoscere l’uno dall’altro... Che poi la storia la scrivano sempre i vincitori e che nel mondo degli “intellettuali” ipocrisia e vigliaccheria siano troppo spesso scambiate per pregi, beh, queste son cose che si sanno ben bene e si apprendono da piccoli ...

Nessun commento:

Posta un commento